| Abstract di polo |
"Come molte donne sulla quarantina, sono stata educata secondo principi rigidamente autoritari, in base ai quali era inteso che ogni mia scelta, riguardante sia il presente sia il futuro, venisse decisa in precedenza. Da bambina mi insegnarono a essere garbata e tranquilla quando mi trovavo in presenza degli adulti, a lavare piatti e pentole e a fare da mangiare. Quello che si aspettavano da me era che diventassi una brava moglie, che mi occupassi di mio marito, che mettessi al mondo dei bambini e non divorziassi mai. Poi, tutto a un tratto, quando compii diciassette anni, il movimento femminista invase la mia città natale, diffondendo un insegnamento del tutto diverso, e cioè che una vera donna vive e agisce in base alla sua identità. E così fui costretta a mettere in discussione tutto ciò in cui avevo creduto fino a quel momento. Ogni qualvolta mi sentivo realizzata, sentivo dentro di me una vocina: «Non è così che si comportano le brave ragazze». Mentre, quando mi comportavo da brava ragazza obbediente, un’altra vocina diceva: «Una donna libera fa quello che vuole». Queste voci continuarono a dibattere dentro di me per anni e anni prima che riuscissi a capire cosa volevo davvero. Le donne della mia generazione si collocano in una fase di transizione tra due periodi ben precisi: quello che precede la scoperta della scelta e quello che la segue." (Liv Ullmann) [Fonti: 4. di cop. ; https://www.ossidiane.it/scelte/ ; G.M.]. - Nota sull'Aut. [Ullmann, Liv (Tokyo 1939-)]: Propr. L. Johanne U., attrice e regista norvegese. Ha scritto due libri autobiografici che sono stati tradotti anche in italiano, "Cambiare" (1976) e "Scelte" (1984). Già celebre attrice del Teatro nazionale di Oslo, debutta nel cinema norvegese nel 1957 in regie di modesto valore. Conosciuto Ingmar Bergman, ne diviene interprete di punta nonché compagna per cinque anni. L’intensità espressiva nel muto ermetismo di "Persona" (1966) apre le porte a una serie di ruoli tormentati: tra visioni demoniache ("L’ora del lupo", 1967), fantasmi della guerra ("La vergogna", 1968) e inferno del quotidiano ("Passione", 1969). Interrotto il sodalizio con Bergman è protagonista della fortunata saga in costume di J. Troell ("Karl e Kristina" e "La nuova terra", 1971), e ritrova il regista a Hollywood ("Una donna chiamata moglie", 1974) dopo avervi esordito debolmente ("La signora a 40 carati", 1973, di M. Katselas). Tornata nell’alveo di un Bergman doloroso e palpitante ("Sussurri e grida", 1973), è protagonista nella disperata odissea ("Scene da un matrimonio", 1973) e nel ritratto di una straziante infelicità femminile ("L’immagine allo specchio", 1976). Più distaccata seppur impeccabile in "L’uovo del serpente" (1978) e "Sinfonia d’autunno" (1978), brilla in Italia, nel dramma ("Mosca addio", 1986, di M. Bolognini) e nella commedia grottesca ("Speriamo che sia femmina", 1986, di M. Monicelli). Dopo aver esordito alla regia (l’episodio "Parting in Love", 1982, di A. Cohen, N. Dawd e M. Zetterling), arriva al lungometraggio con "Sofie" (1992) e al successo internazionale con "Conversazioni private" (1996), sceneggiato da I. Bergman come ideale seguito di "Con le migliori intenzioni" (1991) di B. August, ma innervato di una personale sensibilità di regia. "L’infedele" (2000) vede una definitiva maturità stilistica per una nuova sceneggiatura bergmaniana da un testo di A. Strindberg. (...) [Fonti: https://www.ibs.it/libri-vintage/autori/liv-ullmann ; G.M.]. |