A partire dal 2012, in Palestina sono nati bambini e bambine conosciuti come “ambasciatori della libertà”: sono figli di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e delle loro mogli, concepiti tramite fecondazione assistita con lo sperma dei padri, fatto arrivare alle cliniche aggirando le restrizioni imposte ai prigionieri.
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Sulla base di una ricerca condotta in Cisgiordania tra il 2015 e il 2016 – e adottando al contempo una prospettiva di lungo periodo –, il volume utilizza una lente di genere per delineare le cornici necessarie a comprendere questa pratica. Evidenzia come in Israele e in Palestina la demografia plasmi politiche e retoriche, richiama il dibattito islamico sulle tecnologie riproduttive e arricchisce queste letture con i significati intimi e personali che la presenza dei figli ha assunto nella vita delle donne incontrate dall'autrice e dei loro mariti. Il testo indaga le dimensioni soggettive e collettive del fenomeno e descrive questa modalità riproduttiva come l'esito di desideri intimi e di costrizioni politiche tra loro inscindibili, per mostrare come – in un contesto di colonialismo e occupazione – il conflitto, la violenza e l'assenza siano incorporati a tal punto da trasformarsi in esperienze generative.